{"id":105,"date":"2016-11-18T07:25:00","date_gmt":"2016-11-18T07:25:00","guid":{"rendered":"http:\/\/associazionecontroluce.org\/nuovo\/index.php\/2016\/11\/18\/cinema-e-critica\/"},"modified":"2016-11-18T07:25:00","modified_gmt":"2016-11-18T07:25:00","slug":"cinema-e-critica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/associazionecontroluce.org\/index.php\/2016\/11\/18\/cinema-e-critica\/","title":{"rendered":"Cinema e critica"},"content":{"rendered":"<p><strong>di Bruno Torri, presidente SNCCI, Sindacato Critici Cinematografici Italiani<\/strong><\/p>\n<p>Contrariamente alle apparenze, non &egrave; semplice dire che cosa &egrave; il cinema, che in realt&agrave; &egrave; un fenomeno molto composito e molto complesso, e quindi soggetto a molte definizioni, oltre che a molte interpretazioni.<\/p>\n<p>  <!--more-->  <\/p>\n<p>Per tentare, non solo e non tanto una definizione con pretese di esaustivit&agrave;, quanto una sorta di avvicinamento progressivo all&rsquo;essenza dello stesso fenomeno cinematografico, pu&ograve; intanto essere utile un primo accorgimento, e cio&egrave; di fare riferimento al cinema tradizionale, a ci&ograve; che oggi viene chiamato il &ldquo;cinema-cinema&rdquo;, vale a dire, in altri termini, il film proiettato su un grande schermo in una sala buia a pi&ugrave; spettatori. <br \/>Tenendo presente il modello originario del &ldquo;cinema cinema&rdquo;, si pu&ograve; cominciare a indagarlo ipotizzandone alcune delle tante definizioni che possono risultare pertinenti, senza peraltro dimenticare che ormai da diversi anni la visione di un film avviene in tanti altri modi, e che il consumo individuale (in televisione, su internet, ecc.) ha superato, quantitativamente, quello collettivo<\/p>\n<p>La prima definizione del &ldquo;cinema cinema&rdquo;, che &egrave; la pi&ugrave; comune, la pi&ugrave; largamente condivisa, e non solo dal pubblico cinematografico, pu&ograve; essere questa: il cinema &egrave; un passatempo, un divertimento, uno svago. Detto in termini sociologici meno approssimativi, il cinema &egrave; &ldquo;un modo di occupazione del tempo libero&rdquo; (Edgar Morin). Tale definizione, evidentemente, riguarda soprattutto il cinema per come abitualmente viene esperito e considerato dalla maggior parte delle persone.<\/p>\n<p>Un&rsquo;altra definizione possibile &egrave; questa: il cinema &egrave; uno spettacolo. Come la precedente, anche questa &egrave; una definizione banalmente giusta e largamente condivisa, tanto che il cinema viene spesso classificato come un &ldquo;ramo dello Spettacolo&rdquo;, parimenti al Teatro e alla Lirica, da cui si differenzia principalmente, oltre che per la sua maggiore popolarit&agrave;, per il suo essere uno &ldquo;spettacolo riprodotto&rdquo; e non uno &ldquo;spettacolo dal vivo&rdquo;.<br \/>Il cinema &egrave; anche un mass medium, ovvero, un mezzo di comunicazione di massa, come la televisione, la radio, i giornali. In quanto mezzo di comunicazione di massa, il cinema fa parte e alimenta la cultura di massa e la societ&agrave; di massa (dentro le quali siamo, per cos&igrave; dire, tutti immersi).<\/p>\n<p>Un&rsquo;altra definizione qualifica il cinema come una tecnica, o meglio, come un insieme di dispositivi tecnici. Il cinema, d&rsquo;altronde, &egrave; nato proprio cos&igrave;, appunto come un&#8217;invenzione tecnico-scientifica. La storia del cinema &egrave; anche la storia delle successive modificazioni, o innovazioni, o perfezionamenti tecnici del cinema stesso: il sonoro, il colore, lo schermo panoramico, sino alle pi&ugrave; recenti tecnologie che consentono i pi&ugrave; sofisticati &#8220;effetti speciali&#8221;, e sino al digitale: tutte invenzioni tecniche che hanno modificato il cinema stesso, cio&egrave; i suoi modi di produzione, i suoi modi di espressione e anche i suoi modi di fruizione.<br \/>Il cinema pu&ograve; anche essere definito un&#8217;arte: un&#8217;arte che appunto si avvale di supporti tecnici. In quanto arte (quando lo &egrave;) il cinema pu&ograve; essere affiancato alle altre arti, diventa parte del &ldquo;sistema delle arti&rdquo;. Pur manifestando una propria specificit&agrave; molto marcata, propri accentuati tratti distintivi, il cinema evidenzia tuttavia diverse affinit&agrave; con altre arti, in particolare con il teatro (anche il cinema &egrave; a suo modo un&rsquo;arte della rappresentazione), con la letteratura (anche il cinema &egrave; a suo modo un&rsquo;arte della narrazione), con la pittura (anche il cinema &egrave; a suo modo un&#8217;arte della visione). <br \/>Si pu&ograve; poi definire il cinema come un&#8217;istituzione sociale. Infatti il cinema riguarda il campo dell&#8217;economia, il campo della politica (c&#8217;&egrave; in tanti paesi, inclusa l&rsquo;Italia, un&#8217;apposita legislazione cinematografica), ed &egrave; soprattutto rivolto a un pubblico generalizzato, potenzialmente a tutta la comunit&agrave; dei cittadini; un pubblico che, attraverso una sorta di rituale collettivo, &egrave; chiamato a entrare in contatto con il cinema stesso in luoghi pubblici appositamente costruiti (le sale cinematografiche) sostenendo un costo (il prezzo del biglietto).<\/p>\n<p>Oltre a queste sinteticamente elencate, sono possibili diverse altre definizioni, ma due in particolare possono risultare molto importanti e chiarificatrici, e sostanzialmente finiscono per comprendere anche le altre sopra accennate. Queste due definizioni sono: il cinema &egrave; un&#8217;industria e il cinema &egrave; un linguaggio.<\/p>\n<p>Prima di ragionare su queste due definizioni, occorre fare qualche precisazione. Intanto una di tipo terminologico e insieme concettuale che concerne proprio la nozione di definizione. Bisogna sempre ricordare che una definizione, contrariamente a quanto il termine medesimo pu&ograve; suggerire,&nbsp; non deve essere assunta come una formula definitiva ed esclusiva, come una verit&agrave; indiscutibile, valida una volta per tutte. Una definizione, affinch&eacute; possa risultare euristicamente feconda, va invece concepita e utilizzata per aprire un discorso e non per chiuderlo, per ipotizzare una linea di ricerca; e quindi va sempre problematizzata e messa in discussione, cio&egrave; va sottoposta a verifica riscontrandola continuamente con l&#8217;oggetto che intende definire. La definizione, nel momento stesso in cui afferma (ad esempio che il cinema &egrave; un linguaggio), compie anche una negazione, in quanto, mentre include, contemporaneamente lascia fuori tutto ci&ograve; che non rientra nella definizione stessa, e quindi occorre ogni volta accertare, tra l&rsquo;altro, se quello che lascia fuori appartiene anch&#8217;esso, e in che modo e misura, all&#8217;oggetto definito.<\/p>\n<p>Un&#8217;altra precisazione che appare opportuno premettere &egrave;, invece, proprio inerente al fenomeno cinematografico. Il cinema, come abbiamo visto, pu&ograve; essere definito in pi&ugrave; modi, e tutti questi modi possono essere, almeno parzialmente, giusti perch&eacute; le diverse definizioni che possono competergli non si escludono l&#8217;una con l&#8217;altra, bens&igrave; si integrano: sono tutte, ad un tempo, pertinenti e complementari&nbsp; (vedremo poi che sono anche, per cos&igrave; dire, interagenti). Tutto questo convalida quanto gi&agrave; anticipato, cio&egrave; che il cinema &egrave; un fenomeno complesso e composito; e che per&ograve; tende a costituirsi come un insieme, o per dirla in altri termini, che manifesta un assetto globale e (sostanzialmente) unitario.<\/p>\n<p><strong>Il cinema come industria<\/strong> <br \/>Dunque il cinema &egrave; &#8211; contemporaneamente, contestualmente &#8211; un&#8217;industria e un linguaggio (cos&igrave; come &egrave; anche un divertimento, uno spettacolo, ecc.). Che sia insieme un&#8217;industria e un linguaggio &egrave; tanto lapalissiano da non richiedere spiegazioni. Invece conviene interrogarsi su che tipo di industria e su che tipo di linguaggio sia il cinema &#8211; e si potr&agrave; subito constatare che si tratta di un&#8217;industria molto particolare e di un linguaggio molto particolare. Possiamo cominciare a scorgere distintamente queste particolarit&agrave; analizzando brevemente il cinema inteso come industria. <br \/>Il cinema, come tutte le industrie, produce merci, e la singola merce che il cinema, l&rsquo;industria cinematografica, produce &egrave; il film. Il film pu&ograve; dunque essere visto e studiato come un prodotto industriale, appunto come una merce. In quanto tale presenta alcuni aspetti che sono comuni a tutte le merci; mentre altri aspetti sono tipici, peculiari, del film, della merce-film, e pertanto lo distinguono dalle altre merci.<br \/>Vediamo, per punti, i caratteri che il film ha in comune con le altre merci.<\/p>\n<p>1) la merce-film &egrave; il prodotto di un&#8217;attivit&agrave; industriale destinata al mercato. Dove c&#8217;&egrave; industria, c&#8217;&egrave; sempre mercato, e l&#8217;industria cinematografica non fa certo eccezione. Come le altre merci, il film &egrave; fatto, &egrave; fabbricato, per essere consumato, cio&egrave; venduto nel mercato cinematografico (che in passato, per un lungo periodo, &egrave; consistito soltanto nelle sale cinematografiche, mentre oggi comprende anche altri spazi &ndash; televisione, DVD, internet, ecc. &ndash; dove vengono presentati i film.<\/p>\n<p>2) la merce-film &egrave; il risultato finale di una determinato lavoro umano. Il lavoro che si esplica nell&#8217;attivit&agrave; cinematografica &egrave; di tre tipi: manuale (ad esempio, quello svolto dai manovali che con incombenze diverse lavorano sul set), tecnico (ad esempio, quello del direttore della fotografia o del montatore), intellettuale-creativo (ad esempio quello del regista o degli sceneggiatori).<\/p>\n<p>3) anche la merce-film richiede per la sua fabbricazione l&#8217;investimento di capitali (capitale industriale e capitale finanziario); capitali che, di regola, cercano sul mercato la loro remunerazione. E dunque la merce-film si pu&ograve; considerare anche come risultato finale, come conclusione di un processo di trasformazione, materiale ed economica, che mediante il lavoro, da un lato, e, dell&#8217;altro complementare lato, mediante l&#8217;investimento di capitali, porta dalla materia prima (dai materiali iniziali) al prodotto finito: si passa cio&egrave; dalla pellicola vergine e dall&#8217;idea originaria al film finito, alla merce-film pronta a entrare nel mercato.<\/p>\n<p>4) infine, e sempre in analogia con le altre merci, il film, la merce-film, ha un valore di scambio (il prezzo del biglietto cinematografico) e un valore d&#8217;uso (la particolare soddisfazione che pu&ograve; produrre la visione di un film).<\/p>\n<p>In questi quattro punti, e in estrema sintesi, &egrave; indicato tutto ci&ograve; che accomuna la merce-film alle altre merci, agli altri prodotti industriali che circolano sul mercato. Ma la merce-film presenta anche degli aspetti speciali che la rendono diversa, in tutto o in parte, dalle altre merci, e proprio per questo rivestono un&#8217;importanza maggiore in quanto servono a inquadrare e a distinguere meglio e il cinema e i film. Anche questi aspetti distintivi possono essere sintetizzati in quattro punti, che sono pi&ugrave; importanti proprio perch&eacute; pi&ugrave; specifici, pi&ugrave; inerenti al fenomeno cinematografico.<\/p>\n<p>1) a differenza di quasi tutte le altre merci, che abitualmente sono prodotte in serie, il film, qualsiasi film, &egrave; un prototipo. Questa caratteristica pu&ograve; essere pi&ugrave; o meno marcata (lo &egrave; molto nei cosiddetti &ldquo;film d&#8217;autore&rdquo;, lo &egrave; meno nei &ldquo;film di genere&rdquo; o nei &ldquo;remake&rdquo;), ma &egrave; sempre, necessariamente, presente, poich&eacute; &egrave; proprio il costituirsi come un prototipo che conferisce al film, alla merce-film, anche la sua specifica natura economico-commerciale, la sua possibilit&agrave; di presentarsi sul mercato in maniera differenziata rispetto a tutti gli altri film, ovvero, a tutti gli altri prototipi. Sotto questo aspetto, un film &egrave; analogo a un libro o a un quadro: sono tutti &ldquo;beni culturali&rdquo;, sono tutti prodotti unici e sono anche, in senso sociologico molto ampio e senza implicazioni valoriali, sono &ldquo;beni culturali&rdquo;, cio&egrave; sono diversi dai beni utilitaristici, come ad esempio un&rsquo;automobile, e dai beni &ldquo;voluttuari&rdquo;, come ad esempio un profumo; appunto perch&eacute;, diversamente dai film, le automobili e i profumi, come la quasi totalit&agrave; delle altre merci &ldquo;normali&rdquo; comprate appunto per fini utilitaristici o voluttuari, sono fabbricate in serie.<\/p>\n<p>2) a differenza della maggior parte delle altre merci, il film richiede abitualmente un consumo collettivo, consumo che determina una sorta di ritualit&agrave; sociale (l&#8217;uscire di casa per andare al cinema e vedere, assieme ad altre persone, altri spettatori, un film in un ambiente pubblico). Questo dato basta a far capire le correlazioni, le interazioni, esistenti tra il cinema considerato come un&rsquo;industria e il cinema considerato come un&#8217;istituzione sociale, e quindi l&#8217;appartenenza di questa industria e di questa istituzione sociale alla cosiddetta &ldquo;sfera pubblica&rdquo;. Sempre sotto l&#8217;aspetto del consumo collettivo, l&#8217;industria cinematografica e quindi la merce-film funzionano come componenti tipiche della societ&agrave; di massa, tra i cui connotati peculiari vi sono, appunto, i consumi di massa e la cultura di massa (il cinema &egrave; sempre stato e continua ad essere, anche se oggi su pi&ugrave; scala ridotta, un coefficiente e un supporto della cultura di massa).<\/p>\n<p>3) a differenza delle altre, la merce-film pu&ograve; determinare uno scarto, pi&ugrave; o meno forte, tra consumo e gradimento, poich&eacute; solo dopo che si &egrave; pagato il biglietto e visto (consumato) un film (un prototipo) si &egrave; in grado di misurare il gradimento, si sa se &egrave; piaciuto tanto o poco, o addirittura se &egrave; risultato sgradevole. E a questo proposito si pu&ograve; notare che per gli spettatori cinematografici la scelta dei film da vedere, per quanto possa essere orientata e consapevole, comporta sempre un tasso di aleatoriet&agrave;, e che il metro di giudizio, ovvero l&#8217;indice di gradimento, varia da spettatore a spettatore, in quanto ognuno ha un proprio &ldquo;codice d&#8217;attesa&rdquo; e un proprio gusto (un gusto cinematografico che pu&ograve; essere pi&ugrave; o meno coltivato).<\/p>\n<p>4) a differenza della maggior parte delle altre merci, il film contiene sempre una spiccata componente ideologico-culturale, tanto che il cinema venne definito da Adorno, con implicito senso negativo, &#8220;il medium per eccellenza dell&#8217;industria culturale&#8221; (oggi questo primato spetta alla televisione), e altri studiosi, non a caso, hanno parlato del cinema come &ldquo;industria della coscienza&rdquo; e del film come &ldquo;merce spirituale&rdquo;.<br \/>Sull&#8217;industria cinematografica e sul film inteso come merce si potrebbero svolgere molte altre osservazioni che porterebbero ad ulteriori considerazioni, indicando, ad esempio, sottolineando che si tratta di un&#8217;industria molto anomala e molto rischiosa, come confermato da apposite ricerche di mercato fatte, soprattutto, negli Stati Uniti. E inoltre va ricordato che oggi l&#8217;industria cinematografica, in modo molto pi&ugrave; forte rispetto al passato, &egrave; sempre maggiormente integrata nel sistema audiovisivo, e che le sue componenti economiche e commerciali sono sempre pi&ugrave; condizionate da quelle degli altri media audiovisivi, e questo accentua ulteriormente il carattere composito e complesso del fenomeno cinematografico. Comunque le specificit&agrave; del cinema restano importanti e determinanti, sia nel cinema inteso come industria, sia, come vedremo subito, nel cinema inteso come linguaggio.<\/p>\n<p><strong>Il cinema come linguaggio<\/strong><br \/>Parlando del cinema come industria, abbiamo usato termini come &#8220;prototipo&#8221;, &#8220;film d&#8217;autore&#8221;, &#8220;bene culturale&#8221;, &#8220;cultura di massa&#8221;, &#8220;merce spirituale&#8221;, abbiamo fatto paragoni con i libri e con i quadri, insomma abbiamo fatto ricorso a parole, a locuzioni, che in qualche modo gi&agrave; rimandano al linguaggio cinematografico, in quanto lasciano supporre che il film non sia soltanto un prodotto industriale, non sia soltanto una merce particolare, ma anche un&#8217;opera, un testo, e quindi che sia anche la risultante dell&#8217;uso, dell&#8217;applicazione, di un linguaggio; un linguaggio che, come abbiamo gi&agrave; premesso, &egrave; anch&#8217;esso molto particolare.<br \/>Ma prima di indagare sulla particolarit&agrave; di questo linguaggio, conviene insistere ancora un momento su quell&#8217;aspetto essenziale del fenomeno cinematografico che abbiamo indicato con la dizione, e con la nozione, di &ldquo;assetto globale e unitario&rdquo;, proprio mettendo in relazione il cinema inteso come industria e il cinema inteso come linguaggio.<\/p>\n<p>Abbiamo visto in che modo il cinema si configura come industria e possiamo dare per scontato, intanto, che il cinema sia anche un linguaggio, e come tale possa essere analizzato e discusso. Semmai, anche a questo proposito, si tratter&agrave; di stabilire, di capire, che tipo di linguaggio sia, ricordando, tra l&rsquo;altro, proprio per sottolineare la complessit&agrave; della questione, che per Christian Metz (il fondatore e maggiore esponente della semiologia cinematografica) &egrave; &ldquo;un linguaggio senza lingua&rdquo; (poich&eacute;, a differenza della lingua scritta e parlata, non ha la doppia articolazione delle parole e non ha un proprio vocabolario), per Garroni &egrave; un &#8220;linguaggio eterogeneo&#8221; in quanto miscela linguaggi diversi, per Pasolini &egrave;, in quanto riproduzione audiovisiva dei dati fenomenici del mondo fisico, &ldquo;la lingua scritta della realt&agrave;&rdquo;. Comunque, in qualsiasi modo lo si voglia intendere, il linguaggio cinematografico rimanda obbligatoriamente ai film, cio&egrave; a quegli oggetti che rappresentano l&#8217;attuazione &#8211; ovvero l&#8217;utilizzazione soggettiva e la pratica oggettivazione &#8211; delle infinite possibilit&agrave; d&#8217;impiego, a fini espressivi e comunicativi, dello stesso linguaggio cinematografico.<\/p>\n<p>Ma restando ai rapporti tra il linguaggio cinematografico e l&#8217;industria cinematografica, si pu&ograve; subito notare che entrambi sono indispensabili alla contestuale realizzazione dei film; film che appunto sono, nello stesso tempo, un&#8217;opera e un prodotto, un testo e una merce, sono frutto, cio&egrave;, e di un&rsquo;attivit&agrave; imprenditoriale e di un&rsquo;attivit&agrave; creativa. Il cinema &egrave;, sempre e insieme, industria e linguaggio; e i film manifestano, al contempo, un valore di scambio, che deriva dal loro essere delle merci, dal fatto che il cinema &egrave; un&#8217;industria, e un valore d&rsquo;uso, che deriva dal loro essere dei testi, delle opere, ovvero, deriva dal fatto che il cinema &egrave; un linguaggio. Non c&#8217;&egrave; un prima e un dopo. E non c&#8217;&egrave; neppure un pi&ugrave; o un meno. Ci sono indubbiamente delle contraddizioni, e a volte anche delle conflittualit&agrave;, tra l&#8217;industria cinematografica e il linguaggio cinematografico, ma sono del tutto interne alla cosa stessa: tanto l&#8217;industria cinematografica quanto il linguaggio cinematografico rientrano nell&#8217;ontologia sociale del cinema, e sono entrambe parte costitutiva del tendenziale assetto globale e unitario del cinema stesso. E per insistere ancora su questo aspetto, nonch&eacute; per ribadire la complementariet&agrave; e l&rsquo;interazione tra le diverse definizioni del cinema, si pensi solo per un attimo a come la tecnica cinematografica investe e insieme viene investita dall&#8217;industria cinematografica e dal linguaggio cinematografico, che non a caso &egrave; considerato propriamente un linguaggio tecnico-espressivo o tecnico-comunicativo (una delle distinzioni forti del cinema rispetto alle altre arti, consiste proprio in questo aspetto, cio&egrave; nel suo endemico ricorso, per manifestarsi come linguaggio, alle apparecchiature tecniche e tecnologiche).<\/p>\n<p>Ribadendo dunque che il cinema &egrave; sempre, e sempre nello stesso momento, industria e linguaggio, in quanto i film sono sempre, ad un tempo, merce e testi, prodotti e opere, si afferma anche che nel cinema sono compresenti due anime: un&#8217;anima economico-commerciale (industriale, appunto) e un&#8217;anima culturale (usando ora il termine culturale nella sua accezione pi&ugrave; antropologica). E con questo si dice anche, implicitamente, che il cinema pu&ograve; essere studiato da punti di vista diversi (quello economico, quello tecnico, quello sociologico, quello artistico, e anche quello psicologico e psicanalitico, cio&egrave; valutando come il cinema, attraverso i film, agisce sulla psicologia dello spettatore); ma tenendo ben presente che ogni singolo punto di vista &egrave; in s&eacute; legittimo metodologicamente, ma &egrave; anche parziale, nel senso che non esaurisce l&#8217;oggetto indagato, cio&egrave; non restituisce integralmente del cinema il suo essere un fenomeno, come ormai abbiamo pi&ugrave; volte ripetuto, composito e complesso, che tende a manifestare un assetto globale e unitario. Pertanto, per ritornare alla doppia ottica che abbiamo voluto privilegiare, il cinema come industria e il cinema come linguaggio, &egrave; bene essere consapevoli che, quando si ragiona sul cinema-linguaggio e sul cinema-industria o &#8211; ma &egrave; praticamente la stessa cosa &#8211; sul film come testo e sul film come merce, quando si usano queste categorie, non si &egrave; di fronte a coppie di opposti, a una dicotomia irriducibile, ma si &egrave; di fronte a una polarit&agrave; dialettica, a un rapporto reciproco tra funzioni diverse, a momenti diversi ma correlati dello stesso fenomeno.<\/p>\n<p>Fare cinema, ovvero fare film, significa sempre utilizzare un linguaggio e svolgere un&#8217;attivit&agrave; imprenditoriale. E questo lo si pu&ograve; verificare innanzi tutto nella fase della realizzazione (produrre un film non comporta soltanto produrre una merce particolare, ma anche produrre senso e immaginario), poi lo si pu&ograve; verificare nella fase successiva che &egrave; quella, simultanea, della commercializzazione (attraverso la pubblicit&agrave; e la vendita) della merce-film e della socializzazione del testo-film, dell&#8217;opera filmica. La doppia anima del cinema &egrave; compresente e persistente in tutti i momenti di gestazione e di vita di un film. Basti pensare a come nasce un film e ai rapporti di collaborazione, ma non di rado anche conflittuali, tra il regista e il produttore. Al riguardo, basta soffermarsi rapidamente sulle tre fasi della realizzazione filmica.<br \/>Gi&agrave; nella prima fase &ndash; la preproduzione &ndash; appaiono presenti attivit&agrave; che rimandano al linguaggio cinematografico e altre attivit&agrave; che rimandano all&rsquo;industria cinematografica. La preproduzione, infatti, comprende la stesura di un soggetto, di un trattamento e di una sceneggiatura; i sopralluoghi per individuare gli ambienti dove il film verr&agrave; girato; la scelta degli attori; la preparazione del piano di lavorazione; e altre attivit&agrave; ancora. Ebbene ognuna di queste attivit&agrave;, che vedono impegnati il regista e i suoi collaboratori e che prefigurano il linguaggio cinematografico del film, investono anche la dimensione industriale del film stesso in quanto comportano dei costi finanziari (compensi ai soggettisti e agli sceneggiatori, spese di viaggio per individuare le location, anticipi per impegnare gli attori, ecc.). Gi&agrave; in questa fase il regista e il produttore devono necessariamente collaborare (e magari litigare), cercando ognuno di salvaguardare le proprie esigenze (quelle espressive da un lato e quelle economiche dall&rsquo;altro) e di trovare il punto d&rsquo;accordo. <br \/>La seconda fase &egrave; quella della produzione, che comprende le riprese sui diversi set; riprese che possono essere in esterni o in interni, in ambienti reali o ricostruiti in teatro di posa, in presa diretta o meno. E&rsquo; la fase in cui il film viene &ldquo;girato&rdquo;, in cui la pellicola (per restare al supporto tradizionale) viene &ldquo;impressionata&rdquo;, in cui il regista, restando pi&ugrave; o meno fedele alla sceneggiatura, e cercando di rispettare il piano di lavorazione, lavora con gli attori, oltre che con molti altri collaboratori. Ed &egrave; pure la fase che comporta i maggiori costi produttivi. Anche in questa fase il regista e il produttore devono collaborare (e possono litigare). Il regista, per ragioni espressive, pu&ograve; essere portato a girare la stessa scena pi&ugrave; volte e da diversi punti di vista, usando perci&ograve; pi&ugrave; di una cinepresa, e quindi il produttore &egrave; a sua volta interessato, per contenere i costi e non &ldquo;sforare&rdquo; il budget preventivo, a evitare lo spreco di pellicola,&nbsp; a restare nel piano di lavorazione, ecc. ecc.<\/p>\n<p>Nella terza fase, quella della postproduzione, che comprende il montaggio e il missaggio, per poi arrivare allo sviluppo e alla stampa delle copie del film destinate alla distribuzione sul mercato cinematografico, sono ancora compresenti le diverse attivit&agrave; e le diverse esigenze del produttore e del regista, i quali come nelle fasi precedenti potrebbero spingere in direzioni opposte (ad esempio, il regista potrebbe volere molti turni di doppiaggio e l&rsquo;utilizzazione di diritti musicali molto costosi scontrandosi cos&igrave; con l&rsquo;interesse del produttore a ridurre i costi). E persino dopo che il film &egrave; finito e viene &ldquo;lanciato&rdquo; nel mercato, il produttore e il regista devono ancora collaborare (e magari ancora litigare): per la scelta dei manifesti, per il piano pubblicitario, e per altri motivi ancora.<\/p>\n<p>Insomma in ogni momento della sua realizzazione e socializzazione, per cos&igrave; dire dalla nascita alla morte del film (morte relativa, perch&eacute; anche quando &egrave; in cineteca un film pu&ograve; continuare a vivere nelle proiezioni dei cineclub, o pu&ograve; &ldquo;rinascere&rdquo; a distanza di tempo con delle riedizioni), in ogni momento le due anime del cinema, quella industriale e quella culturale, convivono, collaborando e, a volte, scontrandosi.<br \/>Ma cominciamo finalmente a parlare unicamente e specificamente del linguaggio cinematografico, non tanto nei suoi aspetti di astratta codificazione, quanto, soprattutto, nelle sue concrete&nbsp; modalit&agrave; di attuazione, nel suo calarsi nei singoli film. Quindi cerchiamo di pensare il linguaggio cinematografico cos&igrave; come si manifesta nei film intesi come testi, come opere.<\/p>\n<p>Sinora abbiamo usato i termini testi e opere come sinonimi, e possiamo continuare a farlo. Dobbiamo per&ograve; avvertire che, specialmente in sede di studi semiologici, si pu&ograve; individuare qualche sia pur sottile differenza tra i due termini. Il testo implica una nozione pi&ugrave; tecnica, ed &egrave; connotato soprattutto dall&#8217;aseit&agrave; semantica, rimanda tendenzialmente a una struttura chiusa, in un certo senso autoreferenziale, che attende la &#8220;lettura&#8221;, la decodificazione. L&#8217;opera attiene maggiormente al processo compositivo, &egrave; intesa prevalentemente come risultato di un&#8217;attivit&agrave; umana, creativa, che manifesta le proprie finalit&agrave; non solo in se stessa ma anche nei riflessi che pu&ograve; avere all&rsquo;esterno, ed &egrave; in grado di avere influenze multiple, sul singolo e sulla collettivit&agrave;, sulla dimensione privata e sulla dimensione pubblica. Ma intanto possiamo continuare a usare indifferentemente i due termini, anche se, con riferimento al linguaggio cinematografico, sarebbe forse meglio privilegiare il termine testo (il testo filmico) in quanto richiama meglio l&#8217;analisi testuale e quindi rimanda al funzionamento specifico del linguaggio cinematografico.<\/p>\n<p><strong>L&rsquo;analisi del film<\/strong><br \/>Proviamo dunque a vedere che cosa comporta l&rsquo;analisi di un film, inteso appunto come testo filmico. E proviamo subito ad azzardare una definizione. Un testo filmico &egrave; un organismo semantico dotato di potenzialit&agrave;, o pi&ugrave; precisamente, di specificit&agrave; espressive e comunicative, ovvero, &egrave; un oggetto costruito e reso funzionale da un linguaggio (il linguaggio cinematografico) attivato da un artefice (un autore) in vista di un destinatario, un &#8220;lettore&#8221; in senso lato, ovvero, lo spettatore cinematografico. Che poi l&#8217;autore e il lettore (spettatore), nel caso del cinema, siano soggetti collettivi non cambia nulla dal punto di vista dell&#8217;indagine del linguaggio utilizzato, mentre cambierebbe moltissimo se si assumesse un altro punto di vista, ad esempio economico o sociologico o psicologico.<\/p>\n<p>Ma possiamo prendere spunto da questa precisazione per ricordare quello che tutti sanno, ma molto spesso dimenticano, e cio&egrave; che, a differenza di quanto avviene nelle altre pratiche artistiche, nel cinema la creazione, mediante l&#8217;uso di un linguaggio, &egrave; sempre frutto di un lavoro collettivo: ogni film, in misura ogni volta diversa, richiede sempre l&#8217;apporto e la collaborazione di pi&ugrave; figure professionali, di pi&ugrave; competenze realizzative e creative. Questo aspetto e l&#8217;altro aspetto, gi&agrave; segnalato, costituito dal fatto che il cinema &egrave; fondamentalmente appoggiato e condizionato dalle varie apparecchiature e tecniche cinematografiche rappresentano i due maggiori elementi di differenziazione del cinema stesso dagli altri linguaggi artistici.<\/p>\n<p>Tornando al testo filmico, e alla sua analisi (che non &egrave; ancora la sua critica), si deve subito constatare che per analizzarlo occorre scomporlo e ricomporlo, disaggregarlo e riaggregarlo, nei suoi elementi costitutivi, che poi non sono altro che le modalit&agrave; d&#8217;impiego del linguaggio cinematografico trasferito nel testo filmico stesso. E&#8217; pertanto evidente che per analizzare un testo filmico bisogna conoscere adeguatamente il linguaggio cinematografico. Ma, a questo proposito, sorgono subito numerosi problemi. In particolare, sono due quelli che implicano pi&ugrave; difficolt&agrave;, che richiedono una maggiore attenzione, anche a livello teorico.<br \/>Il primo problema riguarda la complessit&agrave; del linguaggio cinematografico; il secondo attiene alla normale ricezione del film, a come un film viene visto nella sala cinematografica. Circa la complessit&agrave; del linguaggio cinematografico, ci limitiamo per ora ad accennare solo ad alcuni dei suoi molti aspetti che lo differenziano dagli altri linguaggi, e specialmente dal linguaggio scritto e parlato che &egrave; quello che ha ricevuto la maggiore e pi&ugrave; penetrante sistemazione teorica in quel ramo particolare della semiologia che &egrave; la linguistica. Intanto si deve osservare che il linguaggio cinematografico non ha una propria grammatica e una propria sintassi di tipo normativo, vincolante, pur avvalendosi di mezzi tecnico-espressivi (lo stacco, la dissolvenza, i diversi tipi di &ldquo;piano&#8221;, i diversi tipi di montaggio, ecc.) che in qualche modo regolamentano il discorso filmico, rendendolo relativamente convenzionale e quindi identificabile (ma tutto ci&ograve;, pi&ugrave; che a costituire una grammatica e una sintassi, &egrave; servito a delineare una retorica). Inoltre il linguaggio cinematografico non fa riferimento a un proprio, definito, vocabolario, a meno di non considerare tale tutto il mondo esteriore, tutta la realt&agrave; fenomenica che pu&ograve; essere ripresa dalla cinepresa. Ma anche in questo caso sarebbe un vocabolario che mancherebbe del requisito fondamentale dei vocabolari: l&#8217;elenco (limitato, anche se continuamente aggiornato) delle parole e dei loro significati, cio&egrave; la condizione indispensabile per il formarsi e il dispiegarsi di una lingua. E&#8217; soprattutto per questo motivo che Metz aveva definito il cinema un linguaggio senza lingua, in quanto vi mancano le parole, i segni verbali, vi manca la loro doppia articolazione in monemi e fonemi, e vi manca il tratto peculiare delle parole, cio&egrave; il loro essere, insieme, arbitrarie e convenzionali.<\/p>\n<p>Tuttavia, a fronte di queste assenze o carenze, il linguaggio cinematografico pu&ograve; contrapporre addirittura un eccesso di possibilit&agrave; espressive, in quanto pu&ograve; contare, simultaneamente, su una pluralit&agrave; di codici e di sottocodici. Proprio perch&eacute; &egrave; un linguaggio eterogeneo che ingloba diversi linguaggi. Al riguardo basta soffermarsi rapidamente, seguendo le indicazioni teoriche di Metz, sui cinque grandi fattori significanti, sulle cinque grandi componenti espressive e comunicative che il linguaggio cinematografico porta in gioco. Questi cinque grandi fattori significanti, come &egrave; noto, sono: le immagini (che sono sempre immagini in movimento, a parte la rarissima eccezione del &ldquo;fermo-immagine&rdquo;); le parole; la musica; i rumori; le scritte (quelle interne alle immagini che si leggono sullo schermo o le didascalie che possono intervallare due immagini). Ognuno di questi fattori ha in se stesso una propria valenza significativa; ma &egrave; dall&#8217;unione (dal rapporto sinergico) con gli altri fattori che il film acquista la propria forza espressiva e comunicativa, il proprio specifico significato.<\/p>\n<p>Questi fattori possono essere in tutto o in parte compresenti; l&#8217;unico che non manca mai &egrave; quello pi&ugrave; importante, quello che fa di ogni film un pezzo di cinema, cio&egrave; l&#8217;immagine. E ognuno di questi fattori &egrave; a sua volta internamente differenziato: l&#8217;immagine pu&ograve; essere pi&ugrave; o meno illuminata, pi&ugrave; o meno ravvicinata, pu&ograve; avere una durata pi&ugrave; o meno&nbsp; lunga, pu&ograve; riferirsi a una realt&agrave; ripresa cos&igrave; com&#8217;&egrave; in natura o in un ambiente preesistente o invece appositamente pre-disposta, &egrave; in questo caso la realt&agrave; &egrave; la realt&agrave; (finta e vera nello stesso tempo) del set cinematografico, cio&egrave; il profilmico costruito appositamente in vista delle riprese cinematografiche. Allo stesso modo il parlato, la musica, i rumori, ovvero le componenti sonore dell&#8217;espressione e della comunicazione filmica, possono essere in campo e fuori campo, possono essere in presa diretta o postsincronizzati, ma funzionano sempre come fattori significanti, o meglio, co-significanti, poich&eacute; &egrave; assieme agli altri fattori che costruiscono la significazione del film: da soli non avrebbero lo stesso peso e valore.<\/p>\n<p>Dunque il film, qualsiasi film, &egrave; una miscela di segni appartenenti a codici diversi; codici che possono essere cinematografici, propri cio&egrave; del linguaggio cinematografico, com&#8217;&egrave; il caso delle immagini in movimento e in successione, e codici che possono essere extracinematografici, come ad esempio il codice linguistico che viene attivato per far parlare i personaggi o per mostrare delle scritte sullo schermo o il codice musicale impiegato nella colonna sonora. Va aggiunto che i codici extracinematografici, una volta usati nel film, diventano codici filmici, in quanto anche la loro decodificazione &egrave; necessaria per comprendere i significati del film stesso.<\/p>\n<p>Facciamo un esempio per essere pi&ugrave; chiari: immaginiamo che sullo schermo scorrano le immagini di un uomo che legge ad alta voce una lettera ad altre persone. Le immagini possono riferirsi al totale dell&#8217;uomo che legge e delle persone che ascoltano, al campo del solo uomo che legge e al controcampo delle altre persone che ascoltano, al dettaglio della lettera portata in primissimo piano, o alle molte altre realt&agrave; e situazioni che possono essere riprese da altre angolazioni. Tutte queste immagini appartengono al codice cinematografico; invece, le parole, le frasi, il testo della lettera che viene letta appartengono al codice linguistico, quindi a un codice extracinematografico, ma inserite nel film, per come sono impiegate e per come sono integrate con le immagini, rientrano nel codice filmico, diventano segni filmici e funzionano come segni filmici che, articolandosi unitariamente con gli altri segni filmici (le immagini, la musica se c&#8217;&egrave;, i rumori se ci sono), contribuiscono a determinare i significati di quella scena. Questo esempio pu&ograve; anche servire a mettere in luce altri aspetti tipici del linguaggio cinematografico. Intanto evidenzia che questo linguaggio si rivolge a pi&ugrave; di un senso dello spettatore, in quanto coinvolge la vista (come le lettura di un libro e la visione di un quadro) e insieme l&rsquo;udito (come l&rsquo;ascolto dei dialoghi teatrali o della musica), inviando contemporaneamente pi&ugrave; segnali al cervello dello spettatore, che viene cos&igrave; attivato in pi&ugrave; modi. Inoltre evidenzia un&rsquo;altra delle caratteristiche pi&ugrave; essenziali e peculiari del linguaggio cinematografico, vale a dire, la sua possibilit&agrave; di dimensionare in modo totalmente nuovo il tempo e lo spazio, e ci&ograve; proprio nel senso che nel film il tempo risulta, per cos&igrave; dire, spazializzato, e lo spazio risulta temporalizzato. Detto altrimenti: la dimensione del film &egrave; sempre una dimensione spazio-temporale, dove appunto le categorie del tempo e dello spazio sono reciprocamente condizionanti e finiscono per apparire come fuse. Questo &egrave; possibile perch&eacute; nel cinema, facendo un film, si possono impiegare determinate modalit&agrave; espressive (pluralit&agrave; delle angolazioni delle riprese, movimenti della cinepresa, uso del montaggio, ecc.) che sono rese possibili dall&rsquo;utilizzazione di determinate apparecchiature e di determinate applicazioni tecniche che riguardano in modo specifico l&rsquo;articolazione del linguaggio cinematografico; e che influiscono poi anche sulle condizioni di visione di un film. Sotto questo importante aspetto, il linguaggio cinematografico evoca in un certo senso il linguaggio dei sogni, dove appunto il tempo e lo spazio appaiono diversi rispetto a come si manifestano nella realt&agrave;, in quanto la dimensione onirica &egrave; anch&rsquo;essa tutta segnata da rapidi spostamenti spazio-temporali, da ellissi continue, da &ldquo;spezzettamenti&rdquo; e alterazioni delle normali coordinate realistiche.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;<\/p>\n<p>Tornando ai codici cinematografici e filmici, si deve tenere ben presente che il processo di significazione di un film non viene determinato tanto e soltanto dall&#8217;accostamento e dall&#8217;unificazione dei diversi segni di diversi codici (iconici, linguistici, musicali) compresi nelle diverse inquadrature, ma soprattutto da come sono messe in successione le inquadrature stesse. Se si mettono in successione due o pi&ugrave; inquadrature, il significato reale della scena non &egrave; dato dalla sommatoria del significato della prima inquadratura, pi&ugrave; il significato della&nbsp; seconda inquadratura pi&ugrave; il significato delle altre, bens&igrave; dal rapporto (che pu&ograve; essere di continuit&agrave;, o di discontinuit&agrave;, o di contrapposizione) intercorrente tra le diverse inquadrature, cio&egrave; da come sono montate. Il montaggio era ed &egrave; considerato, se non il pi&ugrave; importante, certo uno dei pi&ugrave; importanti elementi del linguaggio cinematografico e della creazione filmica, tanto che per alcuni teorici &#8211; specie nel periodo del cinema muto &#8211; corrispondeva allo &#8220;specifico filmico&#8221;.<\/p>\n<p>Da quanto abbiamo detto sinora, anche se non ci siamo soffermati e non abbiamo approfondito i diversi aspetti &ndash; e i connessi problemi teorici e pratici &ndash; che riguardano il linguaggio cinematografico, crediamo di averne almeno suggerito la particolarit&agrave; e la complessit&agrave;. Ma paradossalmente, per una curiosa contraddizione, si tratta di una particolarit&agrave; e di una complessit&agrave; che poi, in pratica, risultano molto attenuate, o addirittura cancellate, per chi si avvicina a questo linguaggio. Non a caso Truffaut disse una volta che tutti ritengono di saper fare due mestieri: il proprio e quello di critico cinematografico. Questa apparente facilit&agrave; del linguaggio cinematografico deriva principalmente da un fatto: che il cinema, grazie a un insieme di apparecchiature tecniche, normalmente &egrave; riproduzione audiovisiva della realt&agrave;, o meglio, nei casi predominanti dei film di finzione, &egrave; riproduzione del &ldquo;profilmico&rdquo;, che poi non &egrave; altro che una nuova realt&agrave; costruita sul set. E questo fatto, che concerne il momento della realizzazione del film, fa tuttuno con un altro fatto, che riguarda il momento della ricezione, della visione, del film; il fatto, cio&egrave;, che le immagini sonorizzate e montate dei film sono, il pi&ugrave; delle volte, riconoscibili con una certa facilit&agrave;.<\/p>\n<p>Ma c&#8217;&egrave; dell&rsquo;altro. Il movimento (quello interno e quello in successione) delle immagini e il loro aspetto apparentemente tridimensionale (aspetto dovuto alla profondit&agrave; di campo, alla prospettiva, all&#8217;apparente volume delle immagini stesse), conferiscono al film mentre scorre sullo schermo &ldquo;l&#8217;impressione di realt&agrave;&rdquo;, rafforzando cos&igrave; ulteriormente la sbagliata convinzione che la comprensione di un film, appunto per l&#8217;immediata riconoscibilit&agrave; di molti dei suoi elementi compositivi, sia abbastanza facile. Questa convinzione, sostanzialmente sbagliata, pu&ograve; risultare parzialmente giusta per quei film in cui l&#8217;uso del linguaggio cinematografico &egrave; limitato alla pura e semplice riproduzione meccanica di quello che viene posto o che si trova davanti alla macchina da presa, senza un&#8217;articolazione e una formalizzazione dei &ldquo;materiali&rdquo; filmici o profilmici, trattati appunto solo meccanicamente e non anche intellettualmente e artisticamente. (Quasi tutto il cinema amatoriale &egrave; cos&igrave;, ma &egrave; quello che meno interessa e che non ha alcuna influenza culturale e sociale).<\/p>\n<p>Ma appena il linguaggio cinematografico diventa consapevolmente tramite di un pensiero, di una volizione artistica, e quindi viene elaborato soggettivamente per esprimere e comunicare sentimenti, emozioni, idee, visioni del mondo, allora la sua corretta comprensione, e specialmente se le intenzioni espressive dell&#8217;autore o degli autori trovano una compiutezza formale, diventa pi&ugrave; difficile, e richiede competenza e applicazione, oltre che una certa corrispondenza di cultura e di sensibilit&agrave; tra gli autori stessi e i singoli spettatori. Per la sua complessit&agrave; e per la sua particolarit&agrave;, cio&egrave; per la molteplicit&agrave; e per la multiformit&agrave; delle sue possibili articolazioni, il linguaggio cinematografico pu&ograve; rivelare una grande apertura, sia in senso creativo, per chi lo usa, sia in senso interpretativo, per chi lo fruisce. <br \/>La complessit&agrave; e la particolarit&agrave; del linguaggio cinematografico, che traspaiono maggiormente nei film pi&ugrave; elaborati, pi&ugrave; riusciti esteticamente, pi&ugrave; originali stilisticamente, e, di contro, l&#8217;impressione di realt&agrave; trasmessa, in misura maggiore o minore, da qualsiasi film determinano degli effetti contraddittori, in quanto, da un lato, viene richiesta, come abbiamo appena detto, una conoscenza specifica del linguaggio cinematografico per avere la capacit&agrave; di decodificare un film, mentre, dall&#8217;altro lato, si continua a presumere che la visione di un film sia agevole, che sia semplice capirlo, poich&eacute; comunque si riesce a seguire (non sempre, ma il pi&ugrave; delle volte) lo sviluppo della trama, si ricevono impressioni ed emozioni, e insomma si ricava la sensazione, appunto, di averlo compreso (e magari una comprensione, sia pure parziale e superficiale, c&#8217;&egrave; stata davvero).<\/p>\n<p>Oltre quello della complessit&agrave; del linguaggio cinematografico, l&#8217;altro problema che rende a sua volta complicata l&#8217;analisi di un testo filmico, o pi&ugrave; semplicemente una certa comprensione immediata di un film, &egrave; quello che attiene alla sua abituale ricezione. Le condizioni di ricezione di un film sono, di norma, piuttosto obbligate, e lasciano allo spettatore pochi margini di intervento, tenendolo per molti aspetti in uno stato di passivit&agrave;. A differenza di come pu&ograve; avvenire con la lettura di un libro (interruzioni, sottolineatura di certi passi, ritorni su pagine gi&agrave; lette), la visione di un film in una sala cinematografica avviene in continuit&agrave;, in una volta sola, dall&#8217;inizio alla fine, e tutti i fattori espressivi e comunicativi del film stesso appaiono fusi insieme, perch&eacute; solo cos&igrave; pu&ograve; e deve essere, sia per scelta necessitata dell&#8217;autore, sia per motivi strettamente legati al linguaggio cinematografico e alla tecnica cinematografica, oltre che per ragioni di spettacolo. Inoltre, l&#8217;impressione di realt&agrave; propria delle immagini filmiche in movimento e in successione, unitamente ad alcune condizioni tecnico-ambientali proprie della proiezione filmica (grandezza dello schermo, buio della sala, scorrimento delle immagini alla velocit&agrave; di 24 fotogrammi al secondo), fanno sviluppare nello spettatore i processi di fascinazione e di identificazione&nbsp; che ostacolano (non rendono impossibile, ma ostacolano, cio&egrave; rendono pi&ugrave; complicata e difficile) una &#8220;lettura&#8221; del film anche oggettiva e razionale, e non soltanto soggettiva e irrazionale. Per dirla schematicamente e brutalmente: l&#8217;analisi del film &egrave; impossibile a una prima visione in una sala cinematografica, sia perch&eacute; lo spettatore (anche il pi&ugrave; specializzato) &egrave; costretto a una ricezione veloce e sintetica che rende difficoltosa la memorizzazione, sia perch&eacute; &egrave; emotivamente troppo coinvolto; e peraltro &egrave; anche bello che lo sia (Roland Barthes diceva che &ldquo;la visione di un film &egrave; un festival di emozioni&rdquo;).<\/p>\n<p>Ma certamente il coinvolgimento emotivo e affettivo, cio&egrave;, di volta in volta, l&#8217;appassionarsi alla vicenda, lo sbellicarsi dalle risate, il commuoversi sino alle lacrime, l&#8217;identificarsi psichicamente con l&#8217;eroe o con l&#8217;eroina, ebbene tutto ci&ograve; non favorisce n&eacute; il giusto atteggiamento razionale n&eacute; la giusta distanza critica per svolgere un lavoro analitico pertinente e penetrante. L&#8217;analisi corretta del testo filmico pretende altre condizioni di approccio all&#8217;oggetto da analizzare, al film appunto, anche se non deve prescindere, in un primo momento, dalla normale visione in una sala cinematografica, per ricavarne suggestioni, ipotesi ermeneutiche, indicazioni sulle scelte stilistiche, insomma una serie di spunti che in qualche misura possono poi servire a orientare il lavoro analitico e anche quello critico. <br \/>D&#8217;altra parte, detto per inciso, solo la visione di un film sul grande schermo in una sala buia pu&ograve; far provare, per rubare un&#8217;altra espressione di Barthes, &ldquo;il piacere del testo&rdquo;, ovvero, pu&ograve; consentire il manifestarsi della componente ludica che fa parte, anch&#8217;essa, dell&#8217;esperienza cinematografica, del rapporto schermico dello spettatore; e inoltre &#8211; in determinati seppure non frequenti casi &#8211; pu&ograve; far provare allo spettatore pi&ugrave; avvertito, assieme ad altre emozioni, quell&#8217;emozione di natura estetica che si riceve quando si entra in contatto e si comprende il discorso artistico (e in questi casi &ldquo;il piacere del testo&rdquo; &egrave; ancora pi&ugrave; intenso).<br \/>Dopo queste parziali e provvisorie osservazioni sul linguaggio cinematografico, possiamo riprendere il discorso sull&#8217;analisi del film, notando che oggi, rispetto al passato, &egrave; pi&ugrave; agevole analizzare un film perch&eacute; ci sono pi&ugrave; strumenti che servono al lavoro analitico. Oggi ci sono, tra l&#8217;altro, i videoregistratori e i DVD che permettono di vedere e rivedere un film tutte le volte che si vuole, anche interrompendo la proiezione e fermando l&#8217;immagine per studiarne la composizione interna. E&#8217; quindi possibile quantificare con precisione i diversi dati costitutivi del linguaggio cinematografico calato in un determinato film (ad esempio, il numero delle inquadrature o delle sequenze). Oppure di vedere le analogie tra un film e altri film della stessa &#8220;famiglia&#8221;, ad esempio dello stesso regista o dello stesso genere, affiancando cos&igrave; alla lettura analitica una lettura comparata. Insomma si pu&ograve; ormai considerare pi&ugrave; che sufficiente la strumentazione pratica, cos&igrave; come il retroterra teorico, che possono guidare, in modo metodologicamente corretto, anche se non necessariamente vincolante, l&#8217;analisi filmica.<\/p>\n<p>Ma bisogna subito aggiungere che l&#8217;analisi filmica non va concepita come una neutra applicazione di tecniche e di metodi, anche se richiede, ovviamente, una certa capacit&agrave; di utilizzare gli strumenti tecnici e il metodo o i metodi prescelti. Accanto e insieme a tutto questo, nel lavoro analitico deve risultare esposto, chiamato in causa, lo stesso analista, al quale &egrave; lecito, e persino doveroso, manifestare anche opzioni, scelte, preferenze personali, sempre nell&#8217;osservanza del principio di pertinenza, cio&egrave; rispettando il testo per quello che &egrave;, senza alterarne i dati costitutivi, ovvero, senza mai ridurlo a pre-testo, come a volte fanno certi analisti (cos&igrave; come certi critici) troppo disinvolti. Peraltro va pure ricordato che &egrave; proprio nella natura del linguaggio cinematografico, specialmente di quello impiegato nei film artisticamente pi&ugrave; elaborati, il suo risultare semanticamente ambiguo, polivalente, e in qualche misura persino ineffabile.<\/p>\n<p>Ora, proprio la polisemia del testo filmico, il suo aprirsi a una pluralit&agrave; di interpretazioni, richiede da parte di chi lo analizza un atteggiamento che contemperi l&#8217;oggettivit&agrave; (si potrebbe dire, al limite, la scientificit&agrave;) delle procedure rigidamente analitiche, con la soggettivit&agrave; di chi analizza. Muovendo da questi presupposti e con queste cautele, l&#8217;analisi strictu sensu pu&ograve; consentire delle spiegazioni persuasive e delle argomentazioni probanti, appunto perch&eacute; tese a trovare riscontri oggettivi nel testo filmico analizzato. E al contempo, il manifestarsi della soggettivit&agrave; dell&#8217;analista pu&ograve; comportare argomentazioni meno probanti e pi&ugrave; opinabili (che, per altri versi, potrebbero pure risultare intriganti e illuminanti), proprio perch&eacute; non si fermano dietro presunti obblighi di neutralit&agrave; o di indifferenza, ma sono provocate dall&#8217;interesse personale, dalla ricettivit&agrave;, appunto soggettiva, stimolata dal testo filmico all&#8217;analista stesso, alla sua cultura e al suo gusto artistico. Ma a questo punto si &egrave; gi&agrave; fatto un passo oltre il campo delimitato dell&#8217;analisi per passare in quello della critica. L&#8217;analisi e la critica coprono aree diverse, ma i loro confini sono molto fluidi.<\/p>\n<p><strong>La critica cinematografica<\/strong><br \/>Sulla distinzione tra analisi del film e critica del film &egrave; opportuno spendere qualche parola. Per prima cosa si deve ricordare che l&#8217;analisi del film, nell&#8217;accezione corrente del termine, fa riferimento soprattutto a quell&#8217;insieme di ricerche iniziate in Francia a met&agrave; degli anni Sessanta: in particolare si pu&ograve; prendere come momento iniziale il famoso saggio di Christian Metz Le cin&egrave;ma: langue ou langage?. Si tratta di ricerche nate sotto il segno della semiologia, della semiologia applicata al cinema. Altri punti di riferimento sono stati lo strutturalismo francese (specie nella versione barthesiana, non a caso molto imparentata con la semiologia), la stilcritica di Spitzer, il formalismo russo, la linguistica, naturalmente; e anche, in un secondo tempo, la psicanalisi. Ma, occorre ribadirlo, &egrave; stata soprattutto la semiologia cinematografica &#8211; cio&egrave; lo studio di come si articolano e funzionano i segni filmici all&rsquo;interno di un testo filmico &#8211; a costituire le basi teoriche e a dare l&#8217;input operativo all&#8217;analisi del film. Naturalmente un film si pu&ograve; analizzare anche da un punto di vista diverso da quello semiologico (ad esempio, in chiave storica, o economico-industriale, o sociologica). Ma si d&agrave; ormai per acquisito che quando si parla di analisi del film senza altre specificazioni, si intende l&#8217;analisi di come il linguaggio cinematografico &egrave; stato formalizzato in un determinato testo cinematografico.<\/p>\n<p>Tra l&rsquo;analisi e la critica del film ci sono punti di convergenza ma anche differenze rilevanti. Analisi e critica non sono termini oppositivi, non sono nozioni in contrasto, sono termini e nozioni complementari. L&#8217;analisi e la critica muovono da presupposti parzialmente diversi e tendono a risultati parzialmente diversi, ma nel loro svolgersi hanno momenti di interferenza.<\/p>\n<p>Tendenzialmente, l&#8217;analisi &egrave; descrittiva\/interpretativa\/esplicativa (con l&#8217;accento sulla descrizione); mentre la critica, sempre tendenzialmente, &egrave; interpretativa\/esplicativa\/valutativa (con l&#8217;accento sulla valutazione). Si pu&ograve; fare l&#8217;analisi di un film senza arrivare a una valutazione critica, ma non si pu&ograve; fare critica (intendiamo una critica seria) senza comprendere anche un momento analitico. L&#8217;analisi &egrave; tutta immanente al testo; la critica &egrave; anche trascendente rispetto al testo (nel senso che parla anche, in altro modo, di quello di cui &ldquo;parla&rdquo; il testo stesso). Il principale quadro referenziale dell&#8217;analisi filmica &egrave; costituito dalla teoria cinematografica (in particolare, come abbiamo gi&agrave; detto, quella di derivazione semiologica), mentre il principale quadro referenziale della critica filmica &egrave; costituito dall&#8217;estetica cinematografica. Ovviamente va<\/p>\n<p>Tenuto presente che la teoria cinematografica e l&#8217;estetica cinematografica sono s&igrave; due campi di ricerca e di riflessione distinti, ma che si influenzano reciprocamente.<br \/>Nell&#8217;analisi prevale l&#8217;oggettivit&agrave; (tanto l&#8217;oggettivit&agrave; del testo analizzato, quanto l&#8217;oggettivit&agrave; dell&#8217;esposizione analitica). Nella critica prevale la soggettivit&agrave; di chi interpreta e giudica il film: l&#8217;interpretazione e la formulazione di un giudizio (un giudizio di valore) sono le principali funzioni della critica. Si potrebbe dire, con termini un po&#8217; metaforici, che l&#8217;analisi &egrave; fredda e la critica &egrave; &#8211; o dovrebbe essere &#8211; calda.<br \/>L&#8217;analisi &egrave; necessaria ma non sufficiente. La critica, pur senza pretendere all&#8217;esaustivit&agrave;, pu&ograve; anche porsi come relativamente definitiva, nel senso che, attraverso l&#8217;enunciazione degli esiti interpretativi e attraverso la motivata formulazione di un giudizio di valore, pu&ograve;, in un certo senso, finire, chiudere, il proprio discorso, comunicando cos&igrave; l&#8217;esperienza fatta dal critico stesso nel suo rapporto con il testo filmico, o meglio, in questo caso, con l&#8217;opera filmica. La critica, molto pi&ugrave; dell&#8217;analisi, mette in luce la personalit&agrave; del critico &#8211; e in proposito si pu&ograve;&nbsp; ricordare quello che diceva Oscar Wilde, cio&egrave; che fare critica &ldquo;&egrave; anche un modo particolare, e nobile, di fare dell&#8217;autobiografia&rdquo;. Si deve inoltre aggiungere che saltare completamente l&#8217;analisi testuale pu&ograve; essere pericoloso e fuorviante, in quanto pu&ograve; comportare incomprensioni e fraintendimenti del film, e quindi la caduta nel soggettivismo critico pi&ugrave; esasperato e meno rispettoso della peculiarit&agrave; dell&#8217;opera criticata, che viene cos&igrave; giudicata erroneamente. Ma rinunciare alla critica (alla vera critica) pu&ograve; comportare conseguenze persino pi&ugrave; gravi, prima tra tutte il restare fuori dal circuito comunicativo pubblico, con la conseguente rinuncia a intervenire correttamente nell&#8217;ambito socio-culturale (il che sarebbe anche indice di diserzione intellettuale e morale).<\/p>\n<p>L&#8217;analisi del film pu&ograve; essere molto produttiva, pu&ograve; dimostrare una notevole utilit&agrave;: un&#8217;utilit&agrave; che risulta tanto maggiore quanto pi&ugrave; l&#8217;analisi &egrave; accompagnata dalla consapevolezza, oltre che dei propri mezzi, dei propri limiti, e non occulta l&#8217;esigenza di andare oltre, cio&egrave; di entrare nell&#8217;area delle esegesi e delle valutazioni propriamente critiche. Per indicare la sostanziale differenza tra l&rsquo;analisi del film e la critica del film, si pu&ograve; dire, in modo forse approssimativo ma almeno tendenzialmente esatto, che la prima ha come principale oggetto della propria indagine il linguaggio cinematografico (cio&egrave; studia e comunica come il linguaggio cinematografico risulta impiegato in un singolo film), mentre la seconda ha come principale oggetto del proprio operato il discorso cinematografico (cio&egrave; entra nel merito e commenta quello che il film dice per come lo dice, giungendo quindi a motivare un giudizio che riguarda, insieme, il contenuto e la forma del film stesso, appunto la sua speciale sostanza discorsiva). Affermando questo si sostiene che l&#8217;analisi testuale non arriva completamente, pur introducendola e avvicinandosi, alla critica del film; critica che come proprio compito prioritario ha appunto quello di esaminare, evidenziare, commentare, insomma interpretare e giudicare il discorso del film, in cui &egrave; rintracciabile, sempre, un&rsquo;implicazione ideologico-culturale e, a volte, anche un valore estetico. Insistendo sulle differenze tra l&rsquo;analisi e la critica, si pu&ograve; inoltre affermare che l&#8217;analisi &egrave; pi&ugrave; strumentale e la critica pi&ugrave; finalistica; e quindi presumere che l&#8217;analisi, pur avendo una propria specifica funzione e propri specifici metodi operativi, pu&ograve; anche essere sussunta, inglobata propedeuticamente, dalla critica.<\/p>\n<p>Dopo queste distinzioni, che vanno comunque considerate con una certa flessibilit&agrave;, possiamo concludere le osservazioni sull&#8217;analisi del testo filmico, considerandola ora in rapporto e in funzione della critica del film. L&#8217;analisi del testo filmico si pu&ograve; esercitare in pi&ugrave; modi e in pi&ugrave; direzioni: ripercorrendo punto per punto lo svolgimento del film; oppure isolando un segmento particolare per indagarlo in profondit&agrave;; oppure mettendo a confronto le costanti e le varianti di un testo filmico rintracciabili nelle sue soluzioni espressive e comunicative, cio&egrave; nell&#8217;organizzazione interna dello stesso testo, che &egrave; conseguente alle scelte fatte impiegando il linguaggio cinematografico. Non solo: specialmente quando il film &egrave; dotato di qualit&agrave; artistiche, quando &egrave; stilisticamente innovativo, quando &egrave; esteticamente ricco, l&#8217;analisi del testo diventa &#8211; proprio come l&#8217;analisi freudiana &ndash; &ldquo;interminabile&rdquo; (e in questi casi, a maggior ragione, anche la critica diventa interminabile).<\/p>\n<p>Ma alla critica &ndash; che poi &egrave; la cosa che pi&ugrave; interessa, non solo a chi fa il critico cinematografico di professione, ma pure a qualsiasi spettatore che di fronte ai film vuole porsi come un interlocutore attivo, vuole capire e rispondere criticamente, vuole arrivare a un giudizio personale ben consapevole e ben articolato &#8211; competono altri compiti, cio&egrave; competono un altro percorso conoscitivo, un altro tipo di motivazioni e di argomentazioni, un&rsquo;altra apertura culturale e sociale. La critica, proprio per pervenire a una valutazione estetica e ideologica del film, dovrebbe ora manifestare un altro approccio e rispondere ad altre esigenze, tra cui, non ultima, quella di rivelare il gusto, la poetica, l&rsquo;ideologia del critico stesso. Ma soprattutto la critica dovrebbe prendere in esame, capire e discutere, assieme agli aspetti autonomi del film, quelli cio&egrave; che gli danno distinzione e specificit&agrave; espressiva, anche i suoi aspetti eteronomi. Che sono le fonti ispirative, le sollecitazioni culturali esterne, i riferimenti, espliciti o impliciti, alla realt&agrave; storico-sociale. Detto in altri termini, la critica dovrebbe anche mettere in relazione il testo filmico con il (suo) contesto, e vedere come interagiscono. Questo &egrave; un momento fondamentale ed estremamente qualificante dell&rsquo;attivit&agrave; critica, e pertanto merita alcune riflessioni, anche per chiarire che cosa pu&ograve; essere rubricato sotto la nozione di contesto.<\/p>\n<p>Abbiamo detto che l&#8217;analisi consente di verificare come &egrave; composto, organizzato, formalizzato il testo filmico, ovvero, come si articola, all&rsquo;interno del film, il linguaggio cinematografico; ma l&rsquo;analisi non porta alla valutazione, non dice se il film &egrave; bello o brutto, se &egrave; culturalmente ricco o povero, cio&egrave; se quello che dice, proprio per come lo dice, &egrave; originale, convincente, stimolante. In particolare, l&#8217;analisi, fermandosi alla perlustrazione del testo, restandone sempre all&rsquo;interno, non mette in relazione il testo stesso con il contesto. Mentre la critica, invece, non fa riferimento solo agli aspetti immanenti, agli aspetti autonomi, del testo filmico, ma anche ai suoi aspetti eteronomi che il testo stesso chiama in causa con riferimenti espliciti o impliciti. La critica, appunto, deve anche individuare e discutere i nessi esistenti tra il testo e il contesto, scorgere le loro reciproche influenze, vedere come si manifestano nel film a livello espressivo e comunicativo, e anche come possono poi prolungarsi nel sociale. L&#8217;interpretazione e la valutazione dei rapporti intercorrenti tra testo e contesto &egrave; un momento di primaria importanza dell&#8217;attivit&agrave; critica, anche in considerazione della grande importanza che ha il cinema al di l&agrave; dell&rsquo;ambito strettamente cinematografico, e pertanto &egrave; opportuno spendere qualche parola per focalizzare la nozione di contesto, per individuarne le connotazioni specifiche.<\/p>\n<p>E&rsquo; necessario cercare di definire bene quello che si intende per contesto, proprio per affrontare meglio la questione dei rapporti tra testo e contesto, la cui identificazione e valutazione &ndash; &egrave; bene ripeterlo &ndash; &egrave; un momento essenziale dell&rsquo;attivit&agrave; critica. Cercando di svolgere un discorso soltanto teorico, o meglio, metodologico, proviamo dunque a vedere come si articolano i rapporti tra testo e contesto. Mettere in relazione l&rsquo;interno del testo filmico con il suo esterno, significa indagare (scoprire) non solo il prima ma anche il dopo della realizzazione del film stesso. Si tratta di un&rsquo;operazione critica che consente di recuperare, sempre nel rispetto dell&rsquo;aseit&agrave; semantica dell&rsquo;opera filmica, la sua dinamica collocazione nel mondo. Per essere ancor pi&ugrave; chiari, diciamo che la critica cinematografica dovrebbe manifestare sempre un duplice &ldquo;sguardo&rdquo;, un duplice, complementare, atteggiamento: dovrebbe risultare critica del dentro del film, e quindi del suo linguaggio e in particolare della sua elaborazione stilistica e formale; e insieme dovrebbe risultare critica del fuori del film, ma solo di quel fuori che ha condizionato o che viene richiamato dai significati del film stesso, dalla sua forza referenziale. Per meglio mettere a fuoco la dialettica testo\/contesto, e nello stesso tempo per ipotizzare una prassi critica che tenga sempre e prioritariamente conto della specificit&agrave; del cinema e del linguaggio filmico, &egrave; forse opportuno, a questo punto, svolgere alcune considerazioni su ci&ograve; che si pu&ograve; intendere con il termine contesto.<\/p>\n<p>Per prima cosa, crediamo che sia pi&ugrave; congruo e chiarificatore prospettare, anzich&eacute; un unico e omogeneo contesto, un insieme di contesti. (Poi possiamo anche considerare questo insieme di contesti come il contesto generale, ma ci&ograve; non &egrave; importante, dato che il problema non &egrave; terminologico ma concettuale). Dunque ipotizziamo un insieme di contesti tra di loro correlati e interagenti, e che, appunto nel loro costituirsi anche come un insieme, formano quello che abitualmente viene chiamato, al singolare, il contesto.<\/p>\n<p>Spesso, nella terminologia corrente, in una accezione influenzata dal pensiero marxista, si identifica il contesto con la struttura economico-sociale, mentre i prodotti della creazione e del pensiero (tra cui quindi anche i film) formerebbero, in via derivata, la sovrastruttura. Ma questa impostazione, questa distinzione, che pure ha un solido fondamento teorico, comporta un doppio rischio: quello di considerare la struttura (e quindi il contesto) come un tutto unitario, trascurando le distinzioni interne, che ci sono, e sono importanti; e quello di considerare le diverse componenti della sovrastruttura (quindi anche le opere cinematografiche), come puri effetti, la cui causa &egrave; sempre la struttura, la base economico-sociale. Cio&egrave; si corre il rischio di sottovalutare, per colpa di un meccanicismo sociologico che riduce tutto al rapporto causa-effetto, gli aspetti autonomi, innovativi, assolutamente singolari delle opere artistiche, cio&egrave; proprio gli aspetti che rendono l&rsquo;opera d&rsquo;arte unica, diversa, irripetibile, e che le conferiscono la sua specifica identit&agrave; e il suo principale valore. La produzione, la creazione di un&rsquo;opera d&rsquo;arte &egrave; sempre produzione, creazione di un particolare &ldquo;mondo&rdquo;; &egrave; un dipi&ugrave; rispetto a quanto gi&agrave; preesisteva: non &egrave; soltanto il riflesso o il prolungamento del mondo preesistente, &egrave; un qualcosa di assolutamente nuovo, di assolutamente differente che trova le proprie ragioni e le proprie giustificazioni soprattutto in se stessa, nella sua originalit&agrave; creativa ed espressiva, nella sua specificit&agrave; formale. Non solo: specialmente quando si tratta di un&rsquo;opera davvero grande, pienamente risolta sul piano estetico, spinge a vedere in modo nuovo il mondo preesistente e quanto vi appartiene (quindi anche l&rsquo;arte preesistente).<\/p>\n<p>Ma affrontiamo i diversi contesti il cui insieme configura, sempre in presenza di un gioco di interconnessioni, il contesto generale. Si pu&ograve; immaginare, come soluzione grafica della definizione che cerchiamo di enucleare, un disegno raffigurante quattro cerchi concentrici. Il centro comune ai quattro cerchi rappresenta ogni volta il singolo film, che &egrave; unico &#8211; &egrave; un prototipo -, che &egrave; individualizzato per le sue specificit&agrave; espressive e comunicative, e a volte artistiche. E che manifesta sempre una propria autonomia, che &egrave; soprattutto un&rsquo;autonomia di tipo semantico.<br \/>Il primo cerchio, il pi&ugrave; piccolo, rappresenta il contesto cinematografico, cio&egrave; il contesto costituito dal cinema gi&agrave; realizzato, dall&rsquo;industria cinematografica, dall&rsquo;arte e dalla cultura cinematografica, dalle teorie cinematografiche, dalle mode cinematografiche, insomma da tutto il background cinematografico da cui ha preso le mosse l&rsquo;autore (o gli autori) del film.<br \/>Il secondo cerchio rappresenta il contesto culturale, cio&egrave; il contesto costituito dalla cultura nel senso pi&ugrave; ampio del termine, che riguarda i pi&ugrave; diversi campi culturali (l&rsquo;artistico, il filosofico, quello delle scienze umane, ecc.) e che, anche in questo caso, denota il background culturale dell&rsquo;autore o degli autori. (L&rsquo;esempio pi&ugrave; facile &egrave; quello di un film tratto da un&rsquo;opera letteraria: appare immediatamente chiaro, il suo rapporto, oltre che con il cinema, con la cultura letteraria).<\/p>\n<p>Ma in linea generale si pu&ograve; dire che ogni film &egrave; sempre influenzato e dal cinema preesistente e dalla cultura preesistente; e che poi, a sua volta, pu&ograve; influenzare e il cinema e la cultura. I primi due contesti non necessitano di particolari spiegazioni: &egrave; tutto molto evidente; semmai si pu&ograve; osservare, ma anche questo &egrave; abbastanza evidente, che il contesto cinematografico &egrave; a sua volta contestualizzato dal contesto culturale (il cinema &egrave; parte della cultura), e che entrambi si influenzano reciprocamente. E anticipiamo subito&nbsp; &ndash; come peraltro gi&agrave; suggerisce l&rsquo;immagine dei quattro cerchi concentrici &ndash; che entrambi i contesti, quello cinematografico e quello culturale, sono a loro volta contestualizzati dagli altri due contesti; e che tra tutti i contesti ci sono reciproche influenze e inferenze.<br \/>Il terzo contesto (quindi, graficamente, il terzo cerchio) &egrave; il contesto della societ&agrave; di massa; e questo contesto va comunque distinto dal quarto contesto, cio&egrave; il contesto storico-sociale, anche se per molti aspetti &egrave; integrato e al limite pu&ograve; apparire coincidente con quest&rsquo;ultimo. Ma crediamo che convenga tenerli distinti, almeno sul piano teorico, proprio perch&eacute;, in rapporto al cinema e ai singoli film, funzionano in maniera diversa. Il contesto storico-sociale &egrave; dunque il contesto che comprende gli altri tre (il cerchio pi&ugrave; grande che racchiude gli altri tre cerchi).<\/p>\n<p>Non sono necessarie molte parole per dire cosa si intende con contesto storico-sociale: si tratta della societ&agrave; attuale (coeva alla realizzazione del film) nella sua totalit&agrave;, cos&igrave; come si &egrave; venuta a configurare al termine del suo divenire storico, termine sempre momentaneo, sempre legato al presente. Per esempio, il contesto storico-sociale di un film italiano girato nel 1938 &egrave; la societ&agrave; italiana di quell&rsquo;anno, quindi una societ&agrave; governata dal regime fascista, che aveva un&rsquo;economia capitalistica mista (privata e pubblica), un&rsquo;industria non ancora molto sviluppata, una societ&agrave; in cui l&rsquo;agricoltura aveva ancora un peso rilevante, e in cui la mancanza di democrazia limitava o impediva, tra l&rsquo;altro, la libert&agrave; d&rsquo;espressione, ecc, ecc. Si pu&ograve; aggiungere, come ulteriore considerazione, che ogni film &egrave; sempre, nasce sempre nella storia (quindi pu&ograve; essere esaminato in senso diacronico, appunto nella prospettiva storica), e al contempo &egrave; sempre nella societ&agrave;, nella sua societ&agrave; coeva, e quindi consente anche una lettura sincronica, nel doppio senso della sua specifica composizione semantica e del suo legame con il (suo) presente.<\/p>\n<p>Qualche parola in pi&ugrave;, invece, pu&ograve; essere spesa a proposito del contesto costituito dalla societ&agrave; di massa, che, ripetiamo, non va considerato coincidente o assimilato al contesto storico-sociale, pur avendo con questo una pluralit&agrave; di nessi. La societ&agrave; di massa non &egrave; dunque la base materiale comune a ogni societ&agrave; contemporanea storicamente determinata, anche se poggia su questa base materiale, ne &egrave; condizionata e insieme la condiziona. La societ&agrave; di massa, nata a cavallo tra l&rsquo;Ottocento e il Novecento, e via via sempre pi&ugrave; consolidatasi come tale, manifesta diversi connotati peculiari che attengono alla sua formazione, al suo funzionamento e ai suoi effetti sulle dinamiche sociali. Detto in estrema sintesi, la societ&agrave; di massa &ndash; che principalmente &egrave; un portato della rivoluzione industriale, e in particolare della seconda rivoluzione industriale &#8211; si caratterizza soprattutto per il ruolo protagonistico (anche se &egrave; un ruolo pi&ugrave; passivo che attivo) che svolgono le masse: si pensi, solo per fare un esempio, al suffragio universale. Altri dati caratteristici, tipici, della societ&agrave; di massa sono: la progressiva prevalenza della citt&agrave; sulla campagna; la sempre maggiore predominanza e facilit&agrave; delle comunicazioni; la tendenziale uniformit&agrave; dei comportamenti (l&rsquo;ubbidienza alle mode); la propensione, sempre pi&ugrave; spinta, al consumismo; l&rsquo;estensione e il livellamento culturale. Ora, &egrave; evidente quanto tutto questo abbia a che fare con l&rsquo;economia, con la politica, e insomma con la storia, ma anche, per ritornare al centro del discorso che avevamo avviato, con il cinema e con i film (e oggi con l&rsquo;audiovisivo in generale).<\/p>\n<p>Abbiamo gi&agrave; detto che il cinema era stato definito da Adorno, pi&ugrave; di cinquanta anni fa, &ldquo;il medium per eccellenza dell&rsquo;industria culturale&rdquo;; ma l&rsquo;industria culturale &egrave; una derivazione e insieme una concausa del formarsi delle societ&agrave; di massa. L&rsquo;industria culturale che produce prevalentemente cultura di massa per un pubblico di massa potrebbe essere considerata, per molti versi, l&rsquo;immagine speculare, e anche, in un certo senso, l&rsquo;ideologia, della societ&agrave; di massa. Basti pensare all&rsquo;uso propagandistico che hanno fatto le dittature di ogni colore della radio e del cinema per indottrinare le masse. Ma anche nelle democrazie, pi&ugrave; o meno realizzate, il potere politico e quello economico tendono sempre a controllare il pi&ugrave; possibile i mass media per creare e conservare il consenso. Tutto ci&ograve; rimanda, ancora una volta, al rapporto testo\/contesto, che dopo questo breve excursus possiamo ora considerare come uno e quadruplice: contesto cinematografico, contesto culturale, contesto della societ&agrave; di massa e contesto storico-sociale.<\/p>\n<p>Nello svolgimento dell&rsquo;attivit&agrave; critica, i contesti vanno pensati, vanno ripresi, in una duplice direzione. Da un lato, vanno considerati come sommatoria dei condizionamenti, degli imprestiti, dei riferimenti voluti (e magari anche inconsci), che hanno accompagnato la genesi e la realizzazione del film. Dall&rsquo;altro lato, vanno considerati come reticolo referenziale della &ldquo;lettura&rdquo; del film stesso, cio&egrave; come componenti della griglia interpretativa e valutativa adottata per criticare il film. I contesti agiscono prima, ma sono anche agiti dopo, nel testo filmico e nella sua ricezione. Ripercorrere il movimento che dal contesto, uno e quadruplice, va al film e poi dal film ritorna al contesto, &egrave; un&rsquo;attivit&agrave; critica che non implica un riduzionismo sociologistico del film stesso, non riduce, cio&egrave;, l&rsquo;opera filmica a un mero documento privandola delle sue qualit&agrave; formali specifiche. Al contrario, significa mettere in rapporto l&rsquo;autonomia (autonomia semantica, autonomia estetica) dell&rsquo;opera filmica con la sua eteronomia, ovvero significa indagare e discutere le diverse influenze che l&rsquo;opera stessa riceve o procura nei diversi contesti.<\/p>\n<p>Tutto ci&ograve;, naturalmente, &egrave; possibile soltanto se si riesce a cogliere, nel pieno rispetto dell&rsquo;unicit&agrave; espressiva e comunicativa dell&rsquo;opera stessa, le interferenze e le rifrazioni riscontrabili nel rapporto testo\/contesto, avendo sempre la preoccupazione di non forzare o distorcere o strumentalizzare il testo per parlare surrettiziamente del contesto.<br \/>Cercare una produttivit&agrave; reciproca tra l&rsquo;interno del film (cio&egrave; il suo linguaggio, la sua elaborazione formale) e l&rsquo;esterno del film stesso (cio&egrave; i suoi contesti) &egrave; una necessit&agrave;&nbsp; costitutiva, non solo per l&rsquo;autore &#8211; che del resto lo fa sempre, anche se non sempre con una piena consapevolezza &#8211; ma anche per il critico (e per lo spettatore attivo), il quale deve saper coniugare giudizi di fatto e giudizi di valore.<\/p>\n<p>D&rsquo;altronde, uno dei parametri per misurare la validit&agrave; artistica e conoscitiva di un film &egrave; proprio quello della verifica di come e quanto i diversi contesti vengono espressi nella forma cinematografica. Inoltre, valutare un film anche in relazione ai suoi contesti, permette di capire se e in che misura &egrave; emancipato dall&rsquo;industria culturale pur facendone parte, pur essendone un prodotto. E questo perch&eacute; i film che manifestano maggiormente questa felice contraddizione, cio&egrave; che rivelano tensione creativa e invenzione &ldquo;linguistica&rdquo;, in contrasto con gli imperativi della ripetitivit&agrave;, della serialit&agrave;, della banalizzazione (gli imperativi tipici dell&rsquo;industria culturale), ebbene questi film sono quelli che dimostrano anche maggiore capacit&agrave; di rappresentare, in modo veritiero e critico, i contesti cui in vari modi si rapportano.<\/p>\n<p>Quanto detto sinora circa l&rsquo;analisi e la critica del film consente di trarre le prime conclusioni. L&rsquo;analisi del film, prima, e la critica del film poi, o meglio ancora, l&rsquo;analisi e la critica del film coniugate insieme devono farsi guidare da un duplice convincimento: che il testo filmico va sempre rispettato, cio&egrave; accostato, studiato, decifrato, giudicato per quello che &egrave;, per il suo specifico statuto espressivo, per la sua unicit&agrave; semantica. Quando si critica un film, ma anche pi&ugrave; semplicemente quando lo si guarda,&nbsp; bisognerebbe sempre avere in mente una frase pronunciata da Godard in un suo film dove, interpretando se stesso, commentava una scena del suo stesso film mentre lo &ldquo;passava&rdquo; in moviola: &ldquo;Queste non solo le immagini di una realt&agrave;, sono la realt&agrave; di queste immagini&rdquo;. In sostanza voleva dire che non si deve fare confusione tra la cosa rappresentata e la rappresentazione della cosa; e criticare in modo corretto un film significa, in primo luogo, tener conto dei suoi modi di rappresentazione, del suo linguaggio, del suo stile, della sua forma peculiare. L&rsquo;altro convincimento che dovrebbe essere sempre seguito nell&rsquo;esercitare la critica cinematografica, lo si pu&ograve; dichiarare riprendendo quanto ha detto una volta Pasolini parlando, non da letterato o da regista, ma proprio da semiologo del cinema. In un saggio in cui intendeva elaborare una propria teoria del linguaggio cinematografico, Pasolini ha scritto che &ldquo;il cinema non si spiega soltanto con il cinema&rdquo;, volendo significare che il discorso filmico trascende l&rsquo;ambito strettamente cinematografico, si rapporta anche ad altro del cinema.<\/p>\n<p>Ecco, muovendo da questi convincimenti sintetizzati con le parole di Godard e di Pasolini, possiamo dire che la critica cinematografica dovrebbe funzionare, ad un tempo, come un discorso specialistico, settoriale, tutto concentrato sull&rsquo;oggetto criticato (il cinema, il film), e come un discorso su quello di cui il cinema (il film) &ldquo;dice&rdquo; nel suo modo specifico, configurandosi, in tal modo, anche come produzione di cultura. <br \/>La critica, cio&egrave;, mentre parla di un oggetto specifico con una competenza specifica, mentre analizza e critica un film, finisce per parlare anche del mondo che il film stesso chiama in causa: proprio perch&eacute; scopre, verifica e discute i rapporti testo\/contesto.<\/p>\n<p>Il discorso della critica, soprattutto quando riguarda un film artisticamente sostanziato, se vuole restare all&rsquo;altezza del suo oggetto a confrontarsi con tutto ci&ograve; che l&rsquo;opera filmica contiene e rivela, deve dunque farsi, oltre che discorso cinematografico, discorso culturale, ricorrendo pertanto a tutti i registri ermeneutici e assiologici atti a riferire in modo adeguato quello che la stessa opera filmica comunica nel suo codice speciale. Si viene cos&igrave; a giocare una partita a tre tra l&rsquo;opera, il critico e il mondo. Pi&ugrave; il critico penetra nell&rsquo;opera, pi&ugrave; ne evidenzia ci&ograve; che la rende unica e diversa, meglio evidenzia la propria soggettivit&agrave;, meglio manifesta anche se stesso, proprio perch&eacute; necessariamente parla &#8211; con le proprie idee e con il proprio linguaggio &#8211; del mondo espresso nell&rsquo;opera stessa.<\/p>\n<p>Si dice giustamente, da Hegel in poi, che nelle opere artistiche la forma &egrave; sempre la &ldquo;forma di un determinato contenuto&rdquo;, e, sempre giustamente, lo stesso Hegel sosteneva, senza sottintendere alcuna dicotomia tra forma e contenuto, anzi presupponendo sempre la loro unit&agrave;, che ai fini della validit&agrave; dell&rsquo;opera, e quindi anche ai fini della formulazione di un giudizio di valore, &egrave; il contenuto ad avere maggiore importanza, ad assumere la funzione prioritaria. Ma il contenuto &egrave; appunto il mondo, precisamente quella parte di mondo colta e prodotta dalla sensibilit&agrave; estetica e dal vigore creativo dell&rsquo;artista. Nel caso del cinema, &egrave; il regista che con il suo &ldquo;sguardo&rdquo;, con i suoi modi espressivi, crea l&rsquo;opera filmica, e con l&rsquo;opera filmica &ldquo;un mondo&rdquo; che, appunto, tocca poi al critico interpretare, capire, discutere. &nbsp;<br \/>Sempre con riferimento alla critica cinematografica, pu&ograve; essere utile accennare ad altri suoi aspetti considerandola ora, non tanto sotto il profilo delle sue applicazioni e delle sue modalit&agrave; di approccio al film, quanto piuttosto alla sua specifica natura e alle capacit&agrave; che deve prima acquisire e poi praticare chi la pratica, non solo il critico cinematografico, ma anche lo spettatore che vuole acquisire la capacit&agrave; di assumere un&rsquo;attitudine critica. Per avviare un discorso cos&igrave; orientato si pu&ograve; proporre, ancora una volta, una definizione di carattere molto generale: la critica &egrave; una facolt&agrave; umana. Questo significa che ognuno di noi ha, almeno potenzialmente, la possibilit&agrave; di formulare un giudizio su qualcosa.<\/p>\n<p>Nel nostro caso l&rsquo;oggetto della critica &egrave; il cinema o, pi&ugrave; frequentemente, i film. Essendo la critica una facolt&agrave; umana, una delle tante, pu&ograve; essere molto o poco sviluppata; e crediamo di essere d&rsquo;accordo con tutti nel ritenerla una facolt&agrave; importante, che va salvaguardata e potenziata; una facolt&agrave; che qualifica e arricchisce intellettualmente e umanamente chi sa esercitarla bene. <br \/>Lo spirito critico &egrave; un valore, una componente essenziale della cultura: quanto pi&ugrave; e quanto meglio viene esercitato, tanto pi&ugrave; e tanto meglio favorisce l&#8217;emancipazione del singolo e della societ&agrave;. <br \/>Restringiamo ora il campo d&rsquo;osservazione soltanto alla critica cinematografica, considerandola quindi unicamente per quello che &egrave; nella sua dimensione sociale, vale a dire una specializzazione e una professione. La critica cinematografica si manifesta, si esercita, in forme diverse e in luoghi diversi: pu&ograve; esprimersi sotto forma di recensione su un giornale, o di saggio su una rivista specializzata, o di libro (ad es., un testo universitario). La critica cinematografica pu&ograve; rispondere a tipologie diverse: per fermarsi alle due pi&ugrave; correnti, pi&ugrave; note, pu&ograve; essere critica militante o critica accademica. La critica cinematografica pu&ograve; avvalersi di una o pi&ugrave; metodologie critiche, e a seconda dei metodi cui fa riferimento e di cui si avvale (appunto quando intende qualificarsi anche attraverso l&rsquo;applicazione di un metodo, privilegiato perch&eacute; ritenuto pi&ugrave; valido ed efficace) pu&ograve; distinguersi, al proprio interno, in critica storico-materialistica, o sociologica, o stilistica, o psicanalitica, o formalistica, ecc. La critica &egrave; anche, fattualmente, un discorso (in genere un discorso scritto) su qualche cosa (in genere un oggetto artistico, nel nostro caso il cinema, o un aspetto del cinema o, molto pi&ugrave; normalmente, un singolo film). Senza assumere intenzioni e toni aprioristicamente pedagogici, la critica cinematografica dovrebbe tuttavia implicare tra le proprie funzioni anche quella formativa, ad esempio dovrebbe far comprendere la differenza che c&rsquo;&egrave; tra il guardare e il vedere, ovvero tra una visione passiva e una visione attiva dell&rsquo;opera filmica.<\/p>\n<p>Per fare critica cinematografica occorre dunque avere gli strumenti discorsivi e le necessarie conoscenze del campo cinematografico, e dei singoli fenomeni che compongono questo campo, e che appunto costituiscono gli oggetti della critica: dunque al critico cinematografico occorre una competenza specifica. E&rsquo; ovvio che per fare critica cinematografica, e per farla bene, con spirito di pertinenza e forza esplicativa, bisogna conoscere bene il cinema. Se non si conosce bene il cinema non si pu&ograve; criticare in modo appropriato e approfondito un film. Si pu&ograve;, al massimo, esibire il proprio gusto personale dicendo questo film mi &egrave; piaciuto o non mi &egrave; piaciuto, ma non si articola un vero e proprio discorso critico. Chi vuole esercitare bene la critica cinematografica deve dunque, per prima cosa, studiare il cinema, conoscere in modo approfondito l&rsquo;oggetto dei propri discorsi. Ma poich&eacute; la critica cinematografica fa parte, come la critica letteraria o teatrale o musicale o pittorica, della critica artistica, occorre s&igrave; studiare e conoscere il cinema e, in modo ancor pi&ugrave; circostanziato, l&rsquo;arte e la cultura cinematografica; ma occorre anche, e contestualmente, studiare e conoscere l&rsquo;arte in generale: in ci&ograve; che la differenzia da tutte le altre attivit&agrave; umane, nel suo manifestarsi come atto creativo e come esperienza estetica, e nel suo costituirsi come ambito particolare della cultura. Insomma, il critico cinematografico davvero preparato deve possedere un sapere molto ampio, deve avere un retroterra culturale molto ricco. Non dovrebbe aver letto soltanto i &ldquo;libri sacri&rdquo; sul cinema, quelli di Eisenstein, di Bazin, di Metz e via elencando; ma dovrebbe aver letto anche, e solo per limitarci al Novecento, teorici dell&rsquo;arte e studiosi di estetica quali, tra i tanti che si potrebbe citare, Luk&agrave;cs e Adorno, Croce e Della Volpe, Benjamin e Barthes, i quali, peraltro, si sono anche occupati, chi pi&ugrave; chi meno, del cinema, che non a caso &egrave; stato anche definito &ldquo;l&rsquo;arte del Novecento&rdquo;. Ugualmente, deve conoscere e frequentare, almeno in una certa misura, la letteratura, il teatro, e anche la musica e la pittura, non solo per accrescere la proprie conoscenze e le proprie esperienze estetiche, ma anche perch&eacute; queste discipline artistiche hanno rapporti plurimi con il cinema. I critici cinematografici seri devono avere una formazione accurata che si accompagna a una vocazione coltivata. Senza uno spontaneo &ldquo;amore per il cinema&rdquo; e senza una cultura, che per&ograve; non deve essere solo cinematografica, non si d&agrave; critico cinematografico capace di scrivere delle valide recensioni, e tanto meno dei saggi o dei libri; quindi neppure capace di stabilisce un dialogo produttivo con il lettore (il quale, spesso, &egrave; anche, almeno potenzialmente, lo spettatore cinematografico).<\/p>\n<p>Come gi&agrave; abbiamo anticipato, l&rsquo;attivit&agrave; di critico cinematografico richiede competenze diverse, e su questo punto crediamo che bisogna insistere proprio per la pluralit&agrave; di ambiti conoscitivi che il cinema pu&ograve; investire e, di conseguenza, per le sollecitazioni critiche che pu&ograve; determinare. Per esempio: il cinema si presenta anche come un fenomeno sociologico rilevante, poich&eacute; rappresenta e, implicitamente o esplicitamente, propone modelli di comportamento, stili di vita, &ldquo;valori&rdquo; (intesi appunto in senso sociologico e non assiologico). In proposito si pu&ograve; citare un episodio molto probante, molto indicativo della potenza del cinema, della sua incidenza sul costume e sui comportamenti individuali e collettivi. Nel film di Capra Accadde una notte (1934) c&rsquo;&egrave; una scena in cui si vede il protagonista (Clark Gable) che si toglie la camicia e si infila il pigiama sul torace nudo prima di andare a letto; ebbene, l&rsquo;anno dopo la vendita delle canottiere negli Stati Uniti risult&ograve; diminuita del 50 per cento. <br \/>Oltre che con la sociologia e con il costume, il cinema ha molto a che fare con la psicologia. La visione di un film, infatti, provoca nello spettatore anche reazioni psicologiche e affettive: i cosiddetti processi di &ldquo;identificazione&rdquo; (identificazione degli spettatori con gli eroi interpretati dagli attori e delle spettatrici direttamente con le attrici preferite) e di &ldquo;proiezione&rdquo; (l&rsquo;&ldquo;io&rdquo; dello spettatore coinvolto nel flusso delle immagini filmiche).<\/p>\n<p>E ancora: si pensi per un attimo al fenomeno del divismo, che appunto investe e aspetti sociologici e aspetti psicologici: se Clark Gable non fosse stato un divo famoso che abitualmente incarnava il mito della virilit&agrave; non sarebbe stato imitato in quella maniera e in quella misura. Tutto questo per dire che il critico cinematografico deve farsi anche, in certo qual modo, esperto di sociologia ed esperto di psicologia: cio&egrave; deve acquisire una conoscenza di queste due discipline, che come abbiamo visto riguardano pure il campo della sua attivit&agrave;, per quel tanto che possa servire a precisare e ad arricchire questa stessa attivit&agrave;. Insomma, bisogna sempre tenere ben presente che l&rsquo;attivit&agrave; del critico cinematografico &egrave;, endemicamente, un&rsquo;attivit&agrave; interdisciplinare.<\/p>\n<p>Ancora in via preliminare, possiamo ora riferirci alla critica cinematografica prendendo maggiormente in considerazione le sue pratiche e i suoi possibili riflessi sociali, continuando a ricordare che la sua attivit&agrave; &egrave; interna alla societ&agrave; di massa e alla cultura di massa e concerne un settore &ndash; il cinema &ndash; che &egrave; parte costitutiva della societ&agrave; di massa e della cultura di massa. Al riguardo, e per anticipare quali dovrebbero essere le conseguenze di un&rsquo;efficace attivit&agrave; critica, possiamo avanzare un&rsquo;altra definizione, o meglio, proporre una finalit&agrave; da perseguire: un&rsquo;efficace attivit&agrave; critica dovrebbe aumentare le capacit&agrave; dei lettori-spettatori di entrare in contatto attivo-creativo, cio&egrave; consapevole, libero, critico con l&rsquo;opera filmica. Detto altrimenti, un&rsquo;efficace attivit&agrave; critica dovrebbe portare i lettori-spettatori ad affrancarsi sempre pi&ugrave; dai condizionamenti pi&ugrave; o meno occulti imposti dall&rsquo;industria cinematografica intesa come componente essenziale dell&rsquo;industria culturale; condizionamenti che consistono nell&rsquo;assuefazione agli stereotipi, nell&rsquo;inclinazione verso le storie pi&ugrave; banali ed evasive, nell&rsquo;accettazione acritica dei &ldquo;messaggi comportamentistici&rdquo; contenuti, pi&ugrave; o meno scopertamente, nei film, nel farsi catturare, per dirla con Adorno, dal &ldquo;piacere della frustrazione&rdquo; che deriva dal sentirsi, inconfessatamente, del tutto diversi, e inferiori, rispetto agli &ldquo;eroi&rdquo; e alle &ldquo;eroine&rdquo; dello schermo. La critica, insomma, dovrebbe anche servire a sviluppare le facolt&agrave; critiche di chi la legge, evitando che ci&ograve; comporti una sottovalutazione dei doveri puramente informativi della critica stessa.<\/p>\n<p>La critica cinematografica, inoltre, non dovrebbe consistere solo nella critica dei film, ma dovrebbe manifestarsi anche come critica del cinema, proprio perch&eacute; il cinema e i film formano un&#8217;endiadi, si accompagnano sempre, si condizionano reciprocamente, sono costantemente in rapporto dialettico. Critica del cinema significa conoscenza e discussione della macchina cinematografica e del suo funzionamento, e implica il giudizio sugli apparati produttivi, sui modelli organizzativi, sui modi di socializzazione dei film, per vedere, in primo luogo, se ubbidiscono a pure logiche di profitto o se, invece, corrispondono anche a istanze intellettuali, se servono anche a soddisfare la domanda culturale, presente o latente, nel pubblico (nella societ&agrave;).<\/p>\n<p>Il critico cinematografico, pertanto, dovrebbe avere una propria idea di cinema che comprenda, assieme a una posizione estetico-culturale, una posizione socio-politica. Non solo: la soggettivit&agrave; del critico &ndash; quindi il suo gusto (estetico), la sua concezione artistica, la sua ideologia, la sua cultura &ndash; dovrebbe confrontarsi, nella scrittura critica, con le idee dominanti veicolate dal cinema dominante, cos&igrave; come, di volta in volta, dovrebbe confrontarsi, sempre nella scrittura critica, con i singoli film che, rispetto al cinema dominante, possono risultare allineati oppure discordanti.<\/p>\n<p>Ancora a questo proposito, si deve osservare, anche se pu&ograve; sembrare scontato, che la qualit&agrave; della scrittura critica pu&ograve; funzionare come un valore aggiunto, che serve a rendere pi&ugrave; convincenti le valutazioni del critico, a conferirgli pi&ugrave; capacit&agrave; persuasiva e pi&ugrave; autorevolezza: la responsabilit&agrave; semantica non compete soltanto agli artisti, ma anche &#8211; sia pure in forme diverse &#8211; ai critici, inclusi beninteso quelli cinematografici. Peraltro il critico cinematografico, senza staccarsi dalla coscienza del suo ruolo sociale e senza rinunciare a dichiarare i propri orientamenti e le proprie preferenze, dovrebbe sempre lasciar trasparire nei suoi discorsi che i film, mentre costituiscono uno spazio sociale, partecipano e alimentano un universo simbolico. E questo comporta che la &#8220;lettura&#8221; di un film, e specialmente se si tratta di un film molto elaborato sul piano del linguaggio, di un film che vuole manifestare anche una finalizzazione artistica, non &egrave; un&#8217;operazione semplice, non &egrave; frutto di un rapporto spontaneo e immediato con il film stesso, ma &egrave; un&#8217;operazione che, lo diciamo per l&rsquo;ultima volta, richiede una preparazione accurata, una formazione culturale, e soprattutto una sensibilit&agrave; estetica, dato che criticare l&rsquo;arte, e l&rsquo;arte cinematografica non fa certo eccezione, comporta non soltanto un capire ma anche un sentire. Comporta, appunto, la capacit&agrave; di acquisire e di comunicare ci&ograve; che Pasolini chiamava il &ldquo;sentimento della forma&rdquo;.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Bruno Torri, presidente SNCCI, Sindacato Critici Cinematografici Italiani Contrariamente alle apparenze, non &egrave; semplice dire che cosa &egrave; il cinema, che in realt&agrave; &egrave;&hellip;<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_monsterinsights_skip_tracking":false,"_monsterinsights_sitenote_active":false,"_monsterinsights_sitenote_note":"","_monsterinsights_sitenote_category":0,"cybocfi_hide_featured_image":"","footnotes":""},"categories":[11],"tags":[],"class_list":["post-105","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-articles"],"aioseo_notices":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/associazionecontroluce.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/105","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/associazionecontroluce.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/associazionecontroluce.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/associazionecontroluce.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/associazionecontroluce.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=105"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/associazionecontroluce.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/105\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/associazionecontroluce.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=105"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/associazionecontroluce.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=105"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/associazionecontroluce.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=105"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}